In una qualunque parte del pianeta



direzione artistica Daria Deflorian, Riccardo Fazi, Claudia Sorace, Antonio Tagliarini
direzione tecnica
Maria Elena Fusacchia

produzione esecutiva INDEX
responsabile di progetto, comunicazione
Francesco Di Stefano
produzione, organizzazione, amministrazione
Valentina Bertolino, Silvia Parlani, Grazia Sgueglia
grafica
Andrea Pizzalis

Il progetto promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico biennale “Estate Romana 2023 – 2024” curato dal Dipartimento Attività Culturali ed è realizzato in collaborazione con SIAE

“Sì, sembra proprio che uno spiazzo qualsiasi in una qualunque parte del pianeta rappresenti nel suo piccolo questa nostra terra che paziente ancora ci porta e ci sopporta.”
Peter Handke, L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro, 1992

 

Dove i micro-eventi della vita cittadina continuano inevitabilmente ad accadere, malgrado la società spinga sempre più le comunità e i singoli abitanti a sparire nel chiuso delle loro vite e degli spazi privati? Quali sono i luoghi che oggi svolgono la funzione che un tempo era riservata alle piazze? Da questo punto di vista l’Esquilino rappresenta uno speciale spazio di laboratorio urbano, un ecosistema vivo e in continua trasformazione, un quartiere cerniera che polverizza la dicotomia centro-periferia caratterizzato da luoghi deflagranti, nevralgici, problematici e problematicizzati, abitati e attraversati ogni giorno dalla più varia umanità, lontani dai tradizionali siti identificati o riconosciuti nella percezione della città. Primo fra tutti la Stazione Termini: in nessun altro luogo di Roma la città si apre di più al mondo, alla sua pluralità, agli scambi, agli incontri e alla corruzione dei corpi. E dunque, da nessun altro luogo, che non da quello di questa continua transizione, può ripartire un progetto ispirato a una ripresa della parola politica e della retorica pubblica.

 

L’obiettivo del progetto è quello di sperimentare un formato artistico e di indagine urbana caratterizzato dalla forma partecipata e collettiva, tramite il diretto coinvolgimento di professionisti e non professionisti nel processo creativo; dall’intervento inedito in uno spazio normalmente non deputato alla creazione artistica; dalla commistione e la multidisciplinarietà dei linguaggi artistici utilizzati; dal carattere sperimentale della scrittura scenica dell’evento. Un esperimento poetico e disturbante in cui il confine tra realtà e finzione smette di esistere e ad azioni comuni si sovrappongono presenze e apparizioni che da quel comune sembrano emergere per portarlo in un altrove immaginifico e poetico.

 

Vogliamo portare l’oggetto artistico nei luoghi in cui nasce, liberandoci e liberandoli via via che li osserviamo di preconcetti e paragoni che tendono a definire le nostre esperienze attraverso dicotomie come quelle di bellezza/bruttezza, vivibile/invivibile, memorabile/inutile; vogliamo guardare all’esistente non come sfondo ma come protagonista, ribaltando le priorità che di solito vedono le figure in primo piano; vogliamo riconoscere la natura affascinante di un luogo pubblico. Lo spettacolo è sempre perfetto, c’è sempre qualcosa da guardare, un evento sorprendente, un miracolo quotidiano.

 


 

Giovanni Onorato
IL CASO

 

 

Da quando sono piccolo chiamo le cose “indizi”. Il sole è un indizio. La luna un indizio. Il marciapiede un indizio. Le persone troppi indizi tutti insieme quasi conviene che non le guardi o perdi di vista il quadro generale. Il caso non esiste ma tutto odora di mistero. Da bambino mi hanno detto che se pianti un albero al contrario i rami diventano radici e viceversa ed io da bambino credevo a tutto. Non è mai arrivato il momento in cui ho detto: “Questo non è vero!” Quand’è che si fa una cernita di quello che ci hanno detto da bambini e si decide cosa è vero, cosa è giusto? Un giorno capirò perché ci siamo lasciati. Vorrei vederti per capirlo. Vorrei andare a letto con te per capire per ché abbiamo smesso di andare a letto insieme. Un po’ come il personaggio di un libro che ho letto che fuma le sigarette per controllare se ha smesso di fumare. Sto scrivendo in maniera sgangherata. Forse sono sgangherato, un pezzo di storia sgangherata. La differenza tra campagna e città è che nella prima “stare all’aria aperta” è una cosa bella.

 


 

Gabriele Portoghese
PREGHIERINE.
NOI VOGLIAMO ESSERE UNA FACCENDA LEGGERA

 

 

 

Termini è una Cattedrale. E un Limbo. Accozzaglia d’anime d’ogni sorta. Damerini e desperados, disgraziate e mademoiselles.

Nei cuori dei pellegrini albergano grandi desideri, si nascondono neri abissi. Ma anche qualcosa di più tenero e meschino: il nostro bisogno di consolazione. Cerchiamo sollievo qua e là. Riti minimi. Cianfrusaglie. Gelati. Panini.

E così s’affollano a Termini tante preghierine che provano a librarsi.

Chissà, forse il divino è in agguato.

 


 

Arianna Pozzoli
UNA MANIFESTAZIONE INTERIORE

 

 

 

Di là c’è una manifestazione. Ma di là dove? A che ora? È sempre di là, dall’altra parte, in quel luogo che non ha un nome solo, dove non c’è ora, nè prima nè poi. Questo progetto nasce dal desiderio di riconoscermi abitante di uno spazio politico, costantemente politico.

Abbiamo conversato con 78 persone, io e Pietro Turano, nei giardini di Piazza Vittorio per una decina di giorni. Persone nate in italia, persone migranti, persone di 8 anni fino a persone di 90 anni, persone con grossi stipendi, persone con solo 300 euro, persone sobrie, persone alterate, dalla droga o dall’alcol. Le stesse domande a tutt. Ho dialogato con l’artista Andrea Lo Giudice e abbiamo immaginato e creato questi “pezzi manifesti”.

Ognuno di noi, attraverso la propria sofferenza personale, è un grido politico che va ascoltato, perché torni ad esistere una società che si meriti di essere chiamata tale. Grazie a Mark Fisher che in Realismo Capitalista, con coraggio e lucidità, ha rivendicato che il dolore psichico del singolo affonda le sue radici nei molteplici sistemi di sfruttamento, dentro e tra i quali, viviamo.

 

 

 

© Andrea Pizzalis